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Fa quasi dodici anni da quando il mio romanzo What Ends è stato pubblicato nel Regno Unito — e non l'ho letto da allora. Certo, l'ho preso qualche volta per provare, credendo che potrebbe essere interessante rivisitarlo di nuovo, e con abbastanza distanza dal testo per apprezzarlo come una propria storia. Magari potrei imparare qualcosa, credevo, sulle mie forze e i miei punti deboli come scrittore, che potrebbe migliorare i miei lavori nel futuro.
Be', attenzione spoiler, anche un decennio non è abbastanza distanza per far zitto il critico interno di questo scrittore. Non sono mai riuscito a superarlo il primo capitolo, così imbarazzante sembrava la prosa che avevo scritto nei miei vent'anni. Ogni scelta di parola, ogni posizionamento di virgola, ogni descrizione troppo precisa: mi sembrava incredibile che qualsiasi persona l’abbia mai pubblicato, per non parlare di nominarlo per i premi. Potevo vedere solo le frasi che avrei eliminato oppure scritto in altro modo. Era tutto punti deboli, niente forze.
L'altro mese, però, What Ends è stato pubblicato in italiano per la prima volta, e mi sembrava che fosse un’ottima opportunità per provare di nuovo, perché parlo italiano al livello perfetto per i miei obiettivi: abbastanza bene per capire quasi tutto, ma abbastanza male che non rimarrei bloccato sulla mia scelta di parole, o il mio posizionamento delle virgole, o altre sfumature. Finalmente, un modo in cui potrei apprezzare la storia, senza il mio critico interno darmi fastidii per la scrittura.
Allora questa settimana, l'ho fatto: ho letto il mio romanzo per la prima volta in dodici anni.
Era un'esperienza strana. Innanzitutto, nonostante che l'ho scritto molti anni fa, ricordavo tanto, anche frasi particolari. Leggerei una frase in italiano e potrei ancora recitare la frase originale in inglese, parola per parola. Comincerei leggere una scena e potrei vederla come fosse una vera memoria, non qualcosa che ho immaginato quindici anni fa. Oppure mi sarei reso conto che una metafora particolarmente difficile o piena di slang ci stesse arrivando, e penserei del modo in cui la traduttrice andrebbe a farlo.
A questo proposito, devo dire che la traduttrice, Paola Vitale, l'ha tradotto in modo talmente splendido. Questo manoscritto contiene molte cose difficili: le cruciverba tipo "criptico" che amano i giornali inglesi, slang scozzese, e naturalmente le mie scelte di parola e i posizionamenti orribili delle virgole, e lei l'ha tradotto tutto perfetto, magari migliorandolo. Mi è piaciuto molto come ha tradotto tutti gli idiomi, e li ho imparati qualche nuovi:
"Ha la luna di traverso" per "She's in one of her strops" (letteralmente in inglese "lei è nel uno delle sue coramelle")
"Gliene aveva dette di tutti i colori" per "she gave him the scolding of his life" (letteralmente "gli ha dato la sgridata della sua vita")
"Rompere le scatole agli altri" per "getting in each other's way" (letteralmente "intralciandosi")
L'ho trovato anche molto carino scoprire che la pianta scozzese "heather", la quale è un nome femminile in inglese, si chiama "erica" in italiano — un altro nome femminile in inglese.
Comunque. Anche se ricordassi vividamente qualche parte del romanzo, leggendolo ero ugualmente sorpreso da quanto avevo dimenticato, tra cui scene intere e personaggi non importanti. Ero sorpreso anche che c'erano scene e personaggi che ero sicuro che esistessero ma che non apparivano da per niente, o nella versione italiana o, quando l'ho cercato, nella versione inglese. Suppongo che se cercassi in una bozza preliminare, troverei qualche paragrafo cancellato che contenesse quale che pensassi fosse accaduto "davvero".
Forse la cosa più sorprendente sia che il romanzo mi sembrava una storia molto differente dalla quale pensassi di aver scritto. Nel 2014, lo descrivo io proprio come era descritto sulla copertina: una storia che si tratta di uno stile di vita che si sta estinguendo, oppure di una comunità lottando con la disintegrazione. Ormai rivedendo come i ragazzi McCloud si navigano l'infanzia, e come uno ciascuno gli esce così unicamente, mi sembra più o meno un "bildungsroman" — un commento sul come gli adulti si possono affettare i bimbi senza nemmeno realizzando quello che si facciano, per mezzo dei commenti o dei gesti che sembrano non molto importanti nel momento. Immagino che, visto che ho avuto un figlio da quando ho scritto il libro, sono sensibile alle cose diverse allora.
Soprattutto, però, mi è piaciuta molto scoprire che qualche delle scene più strazianti — Barry soffrendo dal bullismo, il funerale di Maureen, George lottando da solo con la demenza — erano ancora strazianti. Nonostante la barriera linguistica, ero straziato. E questo mi faceva sentire meglio sul topico della scelta di parole e il posizionamento di virgole, i cui me l'ho inflitto quando ero nei miei vent'anni; sotto tutto ciò, sembra che magari ci fosse una storia bella. E se mi posso imparare nulla da rileggendolo, sia questo: la storia si conta più che la scelta di parole e il posizionamento di virgole.
Ma senti, non fidarti della mia parola. Perché non comprare una copia e vederla su se stessa?
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Nota: non sono di madrelingua italiana, e questo articolo è stato originariamente scritto in ingelese. L'ho tradotto io (non molto bene) senza aiuta dall'AI o qualsiasi altra persona. Mi scuso per tutti gli errori e frasi poco chiari.
Se vuoi leggere l'articolo originale, puoi andare al mio blog in inglese.